Quando la mente scende in campo

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Quando la mente scende in campo

Quando la mente scende in campo

Testo di Giulia Bellaveglia

La prestazione sportiva non dipende soltanto da preparazione fisica e tecnica. Ansia, paura di sbagliare, perfezionismo, difficoltà di concentrazione e confronto con gli avversari possono condizionare il rendimento, dai più giovani ai professionisti. Ne abbiamo parlato con Guido Ghirelli, psicologo e mental coach, per capire cosa accade nella mente di un atleta sotto pressione e quali strumenti possono aiutarlo.

Ghirelli, quanto conta oggi la componente mentale nella prestazione di un atleta? È ancora sottovalutata?

«È sempre stata considerata importante, ma fino a qualche anno fa veniva affrontata in maniera generica. Se un atleta diceva di essere ansioso, spesso gli si rispondeva semplicemente “Cerca di stare tranquillo”. Anche gli allenatori, attraverso dialogo e ascolto, hanno sempre contribuito alla crescita psicologica degli atleti, ma in modo informale. Oggi è più diffusa la consapevolezza che la preparazione mentale richieda competenze specifiche. Molti atleti di successo hanno avuto al proprio fianco uno psicologo dello sport o un mental coach».

Qual è la differenza tra psicologo dello sport e mental coach?

«Una preparazione psicologica di base è molto utile, ma per lavorare nello sport servono corsi specifici, master e una formazione dedicata. Non ritengo però che solo uno psicologo possa svolgere questo lavoro: anche chi proviene da altri percorsi può acquisire competenze adeguate. Il problema nasce quando ci si improvvisa. Essere stati atleti, per esempio, non significa automaticamente saper aiutare gli altri».

Un tempo si pensava che il supporto psicologico servisse soprattutto agli atleti “con problemi”. È cambiato qualcosa?

«È cambiata questa concezione. La preparazione mentale non è destinata soltanto a chi ha difficoltà importanti. Un po' di difficoltà le abbiamo tutti e il lavoro psicologico può essere utile come una consulenza nutrizionale, la fisioterapia o la preparazione atletica. L'allenatore rimane il coordinatore dello staff, ma oggi è più consapevole dell'utilità di una figura dedicata alla componente mentale».

Cosa succede nella mente di un atleta quando “si blocca” durante una gara?

«Partiamo col dire che non riguarda soltanto gli atleti di alto livello. Lavoro anche con ragazzi di 10/12 anni che praticano tennis, scherma, lotta, nuoto e altri sport. Alcuni arrivano a percepire una sconfitta come una vera lesione della propria identità. Lo sport può diventare più importante della scuola e perdere significa sentirsi non abbastanza bravi. Da qui nascono ansia, stress e la convinzione di dover vincere a tutti i costi. Ma non possono vincere tutti. Inoltre, le prestazioni cambiano con la crescita: chi è molto bravo a 12 anni può non esserlo più a 15 e viceversa. Insicurezza, tensione e perfezionismo possono riguardare tutti. C'è chi riesce a gestirli istintivamente e chi ha bisogno di maggiore supporto».

E quali sono le difficoltà più frequenti?

«Una è la gestione dell'errore. Pensiamo ad un tennista che sbaglia un colpo: se si arrabbia e continua a pensarci per un quarto d'ora, rischia di compromettere il set. Si può allora costruire una routine personalizzata per scaricare la tensione, dirsi qualcosa di utile e ripartire. Può essere un gesto, una parola o un movimento: l'importante è chiudere l'episodio e tornare alla partita. Lo stesso vale negli sport in cui ci sono lunghe pause, come scherma o lotta. È importante imparare a rilassarsi e distrarsi, per poi riconcentrarsi quando si avvicina il momento della gara».

Quali sono le principali tecniche di preparazione mentale?

«Una delle più importanti è la respirazione consapevole e profonda, insieme al rilassamento corporeo, che può essere appreso anche dai bambini. C'è poi la visualizzazione: immaginare di eseguire correttamente un gesto o affrontare una determinata situazione. L'atleta si allena mentalmente ad entrare in uno stato positivo e a trasferirlo nell'allenamento e nella gara. Come ogni capacità, richiede allenamento. Un altro strumento è il “self talk”, il dialogo interno: sostituire pensieri come “non ce la posso fare" con frasi realmente utili in quella situazione. Infine ci sono gli ancoraggi: un gesto, una parola o un'immagine capaci di richiamare rapidamente uno stato mentale. Può essere un pugno chiuso, un saltello o qualcosa di completamente personale».

Quanto è importante rimanere concentrati sul “qui e ora”?

«È fondamentale. Uno dei problemi più frequenti è pensare a ciò che è successo o a quello che succederà. L'obiettivo è riportare l'attenzione al presente e a ciò che possiamo controllare. Un'altra difficoltà è il confronto con gli altri, oggi amplificato anche da internet. Guardare il ranking dell'avversario può portare a pensare di dover vincere per forza o, al contrario, di essere già sfavoriti. Bisogna concentrarsi invece sul miglioramento della propria prestazione. L'avversario può avere una giornata negativa o straordinaria: sono elementi che non possiamo controllare. Possiamo però concentrarci su ciò che facciamo noi».

La preparazione mentale è utile anche negli sport di squadra?

«Assolutamente sì. Ogni atleta ha esigenze individuali: un portiere può avere paura di sbagliare, un giocatore di basket può sentire un peso enorme sul tiro decisivo. Negli sport di squadra c'è però anche una dimensione collettiva: il clima del gruppo e la comunicazione. È utile creare momenti per parlare della partita, dei rapporti tra compagni e delle tensioni. L'allenatore analizza normalmente la gara dal punto di vista tecnico; lo psicologo dello sport può invece far emergere emozioni, difficoltà relazionali e conflitti. Anche imparare a comunicare sotto stress fa parte della prestazione. L'ideale sarebbe quindi affiancare il lavoro individuale a momenti con allenatori e squadra».

È un modello già diffuso nelle società sportive?

«C’è ancora molto da fare. Il singolo atleta o il genitore riconoscono più facilmente l'utilità di questo supporto, mentre per gli allenatori è più complesso, anche perché si tratta di una figura relativamente nuova. C'è poi un problema economico. Seguire una squadra significa essere presenti agli allenamenti e lavorare sul campo, con costi maggiori. In alcuni casi si organizzano cicli di interventi o piccoli gruppi, ma l'approfondimento individuale rimane fondamentale, perché i ragazzi spesso fanno fatica a parlare delle proprie debolezze davanti ai compagni».

Qual è l'aspetto più sorprendente che questo lavoro le ha insegnato sulla mente degli atleti?

«Quanto sia diffusa la preoccupazione per gli errori. È qualcosa che appartiene praticamente a tutti. Collegato a questo c'è il perfezionismo, che può favorire lo sviluppo personale ma anche creare grandi tensioni. Ho scoperto anche quanto tutti noi pensiamo, spesso troppo. È una caratteristica legata soprattutto al carattere: chi è più istintivo può avere altri problemi, come la gestione dell'impulsività o dell'aggressività. Nessuno è perfetto. Pensavo infine che la tensione dei ragazzi fosse soprattutto legata alle aspettative dei genitori. Crescendo, però, questa esigenza diventa anche personale: interiorizziamo il bisogno di essere perfetti, primi, più bravi. È un meccanismo legato alla nostra cultura, che ci spinge continuamente a migliorarci. Ma non possiamo essere tutti, contemporaneamente, i migliori».
 (Rivista Lo Sport)


Dott. Guido Ghirelli
Psicologo e mental coach


Dott. Guido Ghirelli

Dott. Guido Ghirelli
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